Il movimento che dai primi anni Novanta ha usato la crittografia come strumento di libertà individuale, e da cui Bitcoin discende.
Il movimento si forma nel 1992 attorno a una mailing list che riunisce crittografi, programmatori e attivisti. La convinzione condivisa è che nell’epoca delle comunicazioni digitali la riservatezza non sarebbe stata concessa da nessuno, e che quindi andasse costruita e usata direttamente da chi ne aveva bisogno. All’epoca la crittografia forte era classificata come munizione e la sua esportazione soggetta a restrizioni: la risposta fu scrivere e diffondere software libero, in modo che gli strumenti fossero già nelle mani di tutti. “I cypherpunk scrivono codice” riassume quella scelta di metodo — un programma funzionante ottiene ciò che un appello non ottiene.
Da quell’ambiente escono i tentativi che precedono Bitcoin e che ne preparano i pezzi: Hashcash (1997), che introduce il costo computazionale come difesa; b-money (1998) e Bit Gold (idea del 1998, descritta pubblicamente nel 2005), che immaginano denaro digitale senza emittente. Ed è a una mailing list di quella tradizione che, nell’ottobre del 2008, Satoshi Nakamoto invia il whitepaper.
Conoscere questa origine spiega perché Bitcoin è fatto com’è. Non c’è un’azienda dietro, il codice è aperto, chiunque può eseguirlo e nessuno deve chiedere il permesso di partecipare: non sono decisioni tecniche prese per comodità, ma la traduzione in software dell’idea che gli strumenti della libertà economica non debbano dipendere dalla concessione di qualcuno.
Vedi anche: Whitepaper, Satoshi Nakamoto, Crittografia, Decentralizzazione, Peer-to-peer (P2P), Proof-of-work.