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2008 e la nascita di Bitcoin

La crisi del 2008 mostrò gli incentivi profondi del sistema fiat: rischio concentrato, salvataggi pubblici e fiducia obbligata. Pochi mesi dopo nacque Bitcoin.

Il capitolo in breve

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Nel capitolo precedente abbiamo visto che la moneta e il credito dipendono da istituzioni capaci di decidere chi può accedervi e a quali condizioni. La crisi del 2008 mostrò che questo potere non riguarda soltanto il funzionamento quotidiano delle banche. Quando il sistema rischia di crollare, le stesse istituzioni decidono anche chi salvare e su chi distribuire le conseguenze.

La crisi, in breve

Negli anni precedenti, le banche americane avevano concesso un numero crescente di mutui subprime. Erano prestiti immobiliari destinati a persone con redditi fragili o una storia creditizia problematica, quindi più esposte al rischio di non riuscire a pagare le rate. Quei mutui potevano essere concessi con facilità perché spesso non restavano nei bilanci della banca che li aveva emessi: venivano raggruppati, trasformati in titoli finanziari e venduti ad altre banche, fondi e investitori.

Questo passaggio viene chiamato cartolarizzazione. In teoria distribuiva il rischio; nella pratica lo allontanava dal punto in cui era nato e rendeva più difficile capire chi lo stesse sostenendo. Mutui di qualità diversa finivano dentro prodotti complessi che potevano ricevere valutazioni rassicuranti e circolare nel sistema finanziario come se fossero molto più sicuri dei debiti da cui provenivano.

La macchina continuò a funzionare finché i prezzi delle case salirono. Se una famiglia non riusciva a pagare, l'immobile poteva essere venduto senza grandi perdite; intanto banche e investitori continuavano a comprare e scambiare titoli legati ai mutui. Quando i prezzi iniziarono a scendere e molti debitori smisero di pagare, quei titoli persero valore. Poiché erano stati distribuiti in tutto il sistema, nessuno sapeva con certezza quali istituzioni fossero esposte e quanto potessero resistere.

Nel settembre 2008 Lehman Brothers fallì. La banca aveva partecipato direttamente al mercato dei mutui immobiliari: attraverso società controllate concedeva anche mutui subprime, li acquistava, li cartolarizzava e vendeva i titoli risultanti agli investitori. Prodotti legati a mutui di qualità incerta erano ormai distribuiti nei bilanci di numerose istituzioni finanziarie, ma nessuno sapeva con precisione quali fossero le più esposte né quanto valessero realmente quei titoli. Il fallimento di Lehman aggravò questa incertezza. Le banche, temendo che la controparte potesse essere la prossima a trovarsi in difficoltà, ridussero drasticamente i prestiti reciproci. Il credito si bloccò e la crisi si propagò al resto dell’economia.

Il giorno successivo anche AIG, una delle maggiori compagnie assicurative al mondo, rischiò di crollare. Aveva garantito enormi quantità di prodotti finanziari legati ai mutui e non disponeva delle risorse necessarie per rispettare i propri impegni. Un suo fallimento avrebbe trasferito nuove perdite alle numerose istituzioni che contavano su quelle garanzie. Per impedirlo, la Federal Reserve le concesse una linea di credito fino a 85 miliardi di dollari.

Il passaggio fu netto: dopo il fallimento di Lehman Brothers, le autorità considerarono troppo pericoloso permettere che altre istituzioni centrali seguissero la stessa strada. Poche settimane dopo, il Congresso americano autorizzò il TARP, un programma fino a 700 miliardi di dollari destinato a stabilizzare il sistema finanziario. La crisi raggiunse comunque famiglie e lavoratori: negli Stati Uniti la disoccupazione raddoppiò, passando dal 5% al 10%, e la produzione complessiva dell'economia, misurata dal PIL reale, diminuì del 4,3%.

Too big to fail

La crisi non fu causata soltanto dall'avidità di alcuni dirigenti o dagli errori di singole banche. Il funzionamento del mercato incoraggiava tutti a sottovalutare il rischio: chi concedeva un mutuo poteva venderlo e trasferire ad altri le possibili perdite, mentre gli investitori compravano prodotti complessi affidandosi spesso alle valutazioni delle agenzie di rating. Le istituzioni più grandi potevano inoltre aspettarsi un intervento pubblico se il loro fallimento avesse minacciato l'intero sistema. È il significato dell'espressione too big to fail, cioè "troppo grande per fallire": alcune istituzioni diventano così grandi e collegate alle altre che lasciarle crollare rischia di trascinare con sé l'intera economia. Questa aspettativa riduceva la prudenza ancora prima del salvataggio. Negli anni favorevoli banche e investitori incassavano i guadagni; quando arrivarono le perdite, governi e banche centrali intervennero con prestiti di emergenza, garanzie pubbliche e denaro stanziato dallo Stato. Quegli interventi limitarono il rischio di un crollo ancora più grave, ma non cancellarono le perdite: ne trasferirono una parte verso la banca centrale o il bilancio pubblico. Alcune somme furono recuperate in seguito, ma famiglie e lavoratori subirono intanto disoccupazione, pignoramenti e maggiore difficoltà nell'ottenere credito. Chi aveva deciso e guadagnato assumendo il rischio, quindi, non coincideva necessariamente con chi ne sopportava le conseguenze.

Satoshi presenta Bitcoin

Il 31 ottobre 2008, poche settimane dopo il fallimento di Lehman Brothers, Satoshi Nakamoto inviò a una mailing list dedicata alla crittografia un documento di nove pagine: il whitepaper di Bitcoin. Descriveva un sistema di contante elettronico peer-to-peer, cioè capace di trasferire valore direttamente tra partecipanti senza affidare ogni pagamento a una banca o a un altro intermediario.

Bitcoin non era una nuova banca e non era una società finanziaria. Era un programma con regole pubbliche e una propria unità monetaria. La rete iniziò a funzionare nel gennaio 2009, mentre governi e banche centrali stavano ancora sostenendo il sistema finanziario con prestiti di emergenza, garanzie e salvataggi.

All'inizio parteciparono soltanto poche persone interessate a crittografia, software e denaro digitale. Non c'erano un'azienda che vendeva il prodotto, una campagna pubblicitaria o una promessa di rendimento. Il programma era disponibile pubblicamente: chi voleva poteva scaricarlo, controllarne il codice e provare a eseguirlo sul proprio computer.

Il 3 gennaio 2009 Satoshi creò il primo blocco della rete, chiamato genesis block. Al suo interno inserì il titolo pubblicato quel giorno dal quotidiano britannico The Times: "Chancellor on brink of second bailout for banks", cioè "Il cancelliere sull'orlo di un secondo salvataggio per le banche". La frase dimostrava che il blocco non poteva essere stato creato prima di quella data. La scelta del titolo conservava anche il contesto nel quale Bitcoin stava nascendo: le banche dipendevano ancora una volta dall'intervento delle autorità.

Bitcoin non fu quindi soltanto una protesta contro le banche. Cercava di risolvere un problema concreto: permettere a persone che non si fidano tra loro di condividere un registro dei pagamenti senza affidarne il controllo a un unico gestore. Per riuscirci, Bitcoin non sostituisce la banca con un nuovo garante. Chi esegue un nodo, cioè un programma che partecipa alla rete, può verificare in autonomia che i bitcoin spesi esistano, che non siano già stati usati in un'altra transazione e che la creazione di nuove unità rispetti le regole previste. Se un blocco viola una di queste condizioni, il nodo lo rifiuta.

Nel sistema bancario il registro è custodito dall'istituzione e il cliente deve fidarsi dei controlli che essa compie. In Bitcoin, invece, il registro è pubblico e chiunque può conservarne una copia e controllarne la storia senza chiedere un'autorizzazione. Non tutti sono obbligati a farlo, ma nessuno è escluso dalla possibilità. Nodi, mining, proof-of-work e firme digitali rendono possibile questo passaggio dalla fiducia in un intermediario al controllo diretto delle regole.

Bitcoin nasce senza privilegi riservati

Bitcoin non fu lanciato da un'azienda o da una fondazione. Non ci furono una raccolta di capitali, una vendita iniziale o monete create in anticipo per fondatori e finanziatori. Satoshi pubblicò il whitepaper su una mailing list tecnica e rese disponibile il programma come codice open source: chiunque poteva leggerlo, controllarne le regole ed eseguirlo sul proprio computer.

La creazione dei bitcoin iniziò con l'avvio della rete e seguì le stesse regole pubbliche per tutti. Per ricevere nuove unità bisognava partecipare al mining e produrre blocchi validi attraverso la proof-of-work. Il protocollo non assegnò a Satoshi una quota riservata, un diritto speciale o il potere di autorizzare l'ingresso di altri partecipanti.

Queste caratteristiche distinguono il lancio di Bitcoin da quello di gran parte dei progetti crypto successivi, spesso organizzati da società o fondazioni e accompagnati da prevendite, assegnazioni riservate e campagne promozionali. Nessuna società possiede la rete Bitcoin e nessun fondatore dispone di un'autorità formale per controllarne l'accesso. L'uscita di scena di Satoshi ha reso ancora più netta questa separazione tra il creatore e il protocollo, tra Bitcoin e il mondo crypto.

Bitcoin continua senza Satoshi

Satoshi Nakamoto è uno pseudonimo e non sappiamo se indichi una persona o un gruppo. Dopo avere pubblicato il whitepaper e la prima versione del programma, Satoshi lavorò con i primi sviluppatori e partecipò alle discussioni tecniche. Tra la fine del 2010 e il 2011 interruppe progressivamente le comunicazioni pubbliche e lasciò lo sviluppo nelle mani della comunità che pian piano cresceva.

Da allora Bitcoin funziona, grazie alla sua comunità, senza un fondatore che stabilisca una linea ufficiale, controlli gli aggiornamenti o parli a nome della rete.

Gli sviluppatori possono scrivere e proporre modifiche al codice, ma sono i partecipanti a scegliere quale software eseguire. I nodi verificano in autonomia blocchi e transazioni e rifiutano ciò che non rispetta le regole che applicano. Bitcoin riesce così a dipendere dal coordinamento tra partecipanti indipendenti e sparsi per il mondo.

Una base monetaria per costruire il futuro

Tra il Settecento e l'Ottocento, il principio della sound money, o moneta solida, entrò nel programma del liberalismo classico come difesa contro l'alterazione della moneta da parte del potere politico. Ludwig von Mises ne indicò due aspetti: il mercato sceglie il mezzo di scambio e il governo non deve manipolarlo. Una moneta svolge tre funzioni fondamentali: riserva di valore, mezzo di scambio e unità di conto. Per assolverle nel tempo deve essere riconoscibile, divisibile, trasferibile e durevole, oltre ad avere un'offerta difficile e costosa da aumentare. La solidità deriva da proprietà monetarie affidabili e resistenti alle necessità contingenti di chi governa.

Durante questo percorso abbiamo capito che la valuta fiat è tutt'altro che una moneta solida. La sua offerta dipende dalle decisioni di banche centrali e istituzioni politiche; il credito viene distribuito attraverso intermediari che scelgono chi può accedervi e chi può goderne i privilegi; nelle crisi, invece, perdite e costi vengono trasferiti sull'intera società. Una moneta costruita per espandersi secondo le esigenze del presente accorcia l'orizzonte di chi la usa. Se una moneta tende a svalutarsi, sarà più soggetta alla spesa immediata, perché si tende a spenderla al massimo del suo valore. Con la moneta fiat succede questo: si alimenta così il consumismo che conosciamo, perché più il tempo scorre in questo sistema e più diventa difficile conservare, pianificare e destinare risorse a progetti futuri.

Il rapporto tra essere umano e tempo non riguarda soltanto il destino del singolo. Quando molte persone possono guardare oltre il bisogno immediato, una società accumula capitale, conoscenze e strumenti, sostiene ricerca e istruzione, costruisce imprese e infrastrutture, trasmette alle generazioni successive più di quanto ha ricevuto. Come abbiamo visto all'inizio del percorso, un individuo capace di risparmiare può contribuire a un'intera società capace di progredire. La qualità della moneta non produce da sola questa evoluzione, ma può darle una base solida su cui prosperare.

Cambiare sistema monetario significa cambiare le regole, ma anche il modo di concepire il denaro e il valore; non serve a nulla sostituire un amministratore con un altro. Bitcoin è un protocollo, è matematica, ed essendo tale non ha preferenze per nessuno: se le condizioni soddisfano le regole, Bitcoin è accessibile da chiunque, in qualunque momento e in qualsiasi posto. Le sue regole sono pubbliche e vengono applicate attraverso software pubblico e sono protette dalla crittografia; tutti possono verificarle, accettarle o rifiutarle; nessuno può modificarle senza il consenso della comunità. Bitcoin possiede così le caratteristiche necessarie per proporsi come moneta solida nell'era digitale. Dopo il 2008 e le successive espansioni monetarie, costruire su una base che non venga riscritta a ogni crisi non è più soltanto un'alternativa teorica, ma una necessità sempre più urgente.

Abbiamo capito perché Bitcoin è necessario. Ora vedremo come funziona, che cosa lo rende sicuro e come riesce a conservare le proprietà di una moneta solida senza dipendere da un'autorità centrale. Buon proseguimento con il percorso Come funziona Bitcoin.

Test del capitolo

5 domande su quello che hai appena letto: tocca una domanda per aprirla. Le risposte sono tutte nel capitolo: se una non torna, il riscontro ti dice dove rileggere.

  1. Che effetto ebbe la cartolarizzazione sul rischio dei mutui subprime?

Approfondisci questo tema

Questi approfondimenti vanno più a fondo sui temi del capitolo. Puoi leggerli quando vuoi, anche più avanti: il percorso prosegue comunque.