Con il percorso Custodia abbiamo tolto a un intermediario il potere di spendere i nostri bitcoin. Resta una dipendenza meno visibile. Un wallet, da solo, non conosce lo stato della rete: per sapere a che punto è la catena, quali transazioni riguardano i suoi indirizzi e quante conferme hanno ottenuto, deve chiederlo a un nodo, che di solito è il server messo a disposizione da chi ha sviluppato l’applicazione.
Lo scambio non è a senso unico. Interrogando quel nodo, il wallet comunica all’operatore i dettagli delle tue transazioni, come gli importi o la loro frequenza, le fasce orarie preferite, gli indirizzi IP usati per la connessione, la posizione.
Un insieme di dati e informazioni che potrebbero essere rubati, venduti o incrociati nel tentativo di associare wallet, indirizzi e fondi a un’identità precisa.
Cos’è un nodo Bitcoin
Un nodo è un computer sul quale è installato ed eseguito il software del protocollo. I nodi sono collegati tra loro in una rete peer-to-peer, senza server centrali: ricevono transazioni e blocchi, li convalidano e li ritrasmettono agli altri nodi a cui sono connessi.
Convalidare significa applicare le regole. Quando arriva un blocco, il nodo controlla che le firme siano valide, che i bitcoin spesi esistano e non siano già stati spesi, che la quantità di nuovi bitcoin emessi rispetti il limite previsto, che la proof-of-work sia valida. Se anche una sola regola non è rispettata, il blocco viene scartato, senza riguardo per chi lo ha prodotto o per quanta potenza di calcolo è servita a costruirlo.
Un blocco non valido non fa molta strada. Il nodo che lo riceve lo rifiuta, quindi quel blocco non entra nella sua catena e non viene annunciato ai peer a cui è collegato. Bitcoin Core penalizza anche chi glielo ha inviato: lo marca come peer da scoraggiare, continua ad accettarne le connessioni ma lo mette in cima alla lista di quelli da scollegare per primi.
Oggi si contano oltre 17.000 nodi pubblici raggiungibili. Il numero reale è molto più alto, perché moltissimi nodi non accettano connessioni in entrata oppure operano dietro Tor o una VPN, e quindi non compaiono nei conteggi. Bitcoin Core è l’implementazione più diffusa del software.
Perché installarlo: privacy e sovranità
I motivi per installare un proprio nodo riguardano un aspetto direttamente personale, perché un nodo costituisce un guadagno enorme in termini di privacy e di conseguente sovranità finanziaria, e un aspetto più altruistico, che ha a che fare con la partecipazione diretta alla decentralizzazione della rete e quindi alla sua sicurezza. Installare, avviare e mantenere un nodo ci rende attori primari della rete e non solo semplici utenti.
Sul piano personale, con un nodo proprio le informazioni legate alle proprie operazioni non escono dal nostro sistema. Il wallet chiede tutto al computer su cui gira il nodo, che ha già verificato la catena per conto suo: importi, frequenza dei pagamenti, orari, indirizzi IP e posizione restano su una macchina tua, e nessuno può conservarli, rivenderli o consegnarli a chi li richiede.
La sovranità finanziaria è la conseguenza diretta di una buona gestione della propria privacy. Il saldo che leggi è il risultato dei controlli eseguiti dalla tua macchina e non una risposta ricevuta da qualcuno. Le tue transazioni entrano nella rete attraverso i tuoi peer, senza passare da un servizio che possa filtrarle, ritardarle o rifiutarsi di inoltrarle.
Bitcoin non ha un’azienda che lo gestisce, un consiglio di amministrazione o un amministratore delegato. Sono i nodi, sparsi per il mondo e indipendenti l’uno dall’altro, a conservare il registro e a far rispettare le regole. Un sistema con un vertice offre un bersaglio preciso: si può citare in giudizio una società, sequestrarne i server, costringere chi la dirige a modificare il software o a bloccare qualcuno.
Con Bitcoin quel bersaglio non esiste. Per fermare la rete bisognerebbe spegnere tutti i nodi nello stesso momento, in ogni Paese, compresi quelli raggiungibili solo via Tor e quelli che verrebbero riaccesi subito dopo. È un’operazione impraticabile, e ogni nodo in più la rende ancora meno realistica. Questa impossibilità fa parte della sicurezza di Bitcoin quanto la crittografia e la proof-of-work: è ciò che permette a una transazione valida di essere accettata dalla rete senza che nessuno possa impedirlo. Installare un nodo significa aggiungere un pezzo a questa struttura.
Quanti tipi di nodi esistono
I nodi Bitcoin possono svolgere più funzioni, e in base a quelle che svolgono si distinguono in:
- Full node: conserva una copia completa della blockchain e verifica ogni transazione dal primo blocco a oggi, senza chiedere niente a nessuno. Può includere anche un wallet e può fornire a un miner i blocchi candidati su cui lavorare.
- Pruned node: verifica la catena dall’inizio esattamente come un full node, poi cancella i blocchi più vecchi e conserva soltanto la parte recente. Lo spazio minimo che si può riservare ai blocchi è 550 MiB, ma la documentazione ufficiale consiglia di prevedere almeno 10 GB liberi per il resto dei dati. In cambio dello spazio risparmiato, il nodo non può più fornire agli altri i blocchi eliminati né cercare in quella parte di storia: se importi un wallet usato anni fa, le sue vecchie transazioni non sono più recuperabili senza risincronizzare tutto.
- Nodo SPV, o nodo leggero: conserva quasi solo le intestazioni dei blocchi e chiede agli altri nodi i dati che gli servono. Consuma pochissime risorse ed è quello che gira nei wallet per telefono, ma non esegue la verifica completa: su gran parte delle informazioni si fida delle risposte che riceve.
- Nodo miner: un full node collegato a hardware specializzato, che cerca la proof-of-work e costruisce nuovi blocchi.
Quante soluzioni esistono per installare un nodo
Le scelte sono due: su quale macchina far girare il nodo e quale software installarci sopra. I requisiti restano gli stessi in tutti i casi: un SSD da 2 TB, almeno 2 GB di RAM e una connessione stabile. Il taglio da 1 TB basterebbe ancora oggi, visto che la catena supera i 770 GB, ma continua a crescere, nell’ultimo anno di circa 83 GB: partire da 2 TB evita di doversi fermare a migrare tutto fra un paio d’anni.
Sull’hardware, le strade più battute sono sei.
- Dispositivo pronto all’uso: una macchina venduta già assemblata e con il sistema operativo installato, come Umbrel Home. Si collega alla corrente e alla rete, le app si configurano dal browser e non servono competenze particolari.
- Mini PC: ingombro ridotto, consumi contenuti, silenzioso e affidabile. Costa più di una scheda tipo Raspberry Pi e richiede un monitor esterno per la configurazione iniziale.
- Portatile dedicato: schermo, tastiera e batteria già integrati, e la batteria funziona da gruppo di continuità se salta la corrente. Consuma un po’ di più e, restando acceso giorno e notte, la batteria si degrada e può rigonfiarsi o surriscaldarsi.
- PC riciclato: la spesa più bassa, spesso tra i 100 e i 200 euro, quasi sempre con un aggiornamento di SSD e RAM da mettere in conto.
- Raspberry Pi e schede simili: processore debole, RAM saldata che non si può ampliare, box esterni per l’SSD poco stabili e raffreddamento da curare. Sommando gli accessori necessari il costo si avvicina a quello di un mini PC usato, che ha prestazioni superiori.
- VPS in cloud: nessun hardware in casa, ma la macchina è fisicamente di qualcun altro, che può osservarne l’attività, applicare limiti o spegnerla. Per un nodo che nasce per privacy e sovranità è la soluzione meno coerente.
Sul software, le strade sono due.
La prima è installare direttamente Bitcoin Core sul sistema operativo e sulla macchina che usi, scaricandolo dal sito ufficiale del progetto. È la via più essenziale e la più trasparente: nessun componente aggiuntivo, nessun servizio in più da aggiornare. In qualunque caso il download va verificato prima di installarlo, confrontando l’impronta del pacchetto con l’elenco SHA256SUMS e controllando le firme contenute in SHA256SUMS.asc con le chiavi pubblicate dal progetto: è il passaggio che permette di distinguere il software autentico da una copia manomessa.
La seconda è una distribuzione preconfigurata plug & play, cioè un sistema già pronto che installa il nodo e lo correda di interfaccia grafica e applicazioni. Le più diffuse sono UmbrelOS, MyNode, RaspiBlitz, pensata per Raspberry Pi con display opzionale, e StartOS. RaspiBolt, spesso citato insieme a queste, non è una distribuzione ma una guida passo passo per costruirsi il nodo su Debian. Queste soluzioni semplificano molto l’avvio e aggiungono spesso un nodo Lightning e altri servizi. Nei capitoli successivi l’esempio concreto sarà UmbrelOS, la più diffusa: i nomi delle applicazioni e delle schermate citati là vengono da quella distribuzione.
Qualunque strada si scelga, al primo avvio il nodo comincia a scaricare e verificare la catena dal primo blocco. È la parte più lunga: su un SSD si misura in ore, su un disco lento può richiedere giorni. Il nodo è pronto quando ha raggiunto l’ultimo blocco e continua ad aggiornarsi mano a mano che la rete ne produce di nuovi.
Installare il nodo, però, non basta: se il wallet resta collegato al server predefinito dell’applicazione, continuerà a chiedere a terzi saldo e cronologia mentre il nodo lavora accanto senza essere interrogato. Nel prossimo capitolo, Verificare con il proprio nodo, colleghiamo il wallet alla macchina appena preparata, escludiamo i server esterni e controlliamo che la verifica passi davvero da lì.